Circuito OFF 2025
Francesco Pace Rizzi
Vive e lavora tra Roma, Matera e Potenza. Da oltre trent’anni si dedica alla fotografia, sperimentando diversi linguaggi sia analogici che digitali: dall’architettura al ritratto, dalla street al concettuale, a colori e in bianco e nero. Predilige uno stile minimale e sviluppa progetti a medio-lungo termine che indagano il rapporto tra spazio, segno e percezione, con particolare attenzione ai temi dell’identità e della trasformazione sociale.
Sue immagini sono state pubblicate su riviste cartacee e digitali, ed è stato membro di giuria in concorsi internazionali. È iscritto alla FIAF dagli anni ’90; ha conseguito il titolo AFI, e ha ricevuto l’onorificenza AFIAP.
Progetto
404 – Desert of Signs
404 è un progetto sulla desertificazione interiore nell’era iperconnessa. In una società mediata dagli schermi, la prossimità si indebolisce, l’ascolto si assottiglia, la presenza reciproca si fa rara. Per molti giovani questo si traduce in alienazione, evitamento e ritiro prolungato; il fenomeno degli
ikikomori ne è l’estremo. I social media hanno un ruolo ambivalente: facilitano il contatto, ma quando sostituiscono la relazione in presenza possono intensificare solitudine, ansia sociale ed esclusione. È il paradosso della connessione: più link, meno legame.
Le immagini non mostrano la tecnologia; ne osservano gli effetti. Il deserto diventa la grammatica di questo svuotamento: orizzonti bassi, materia scabra, segni rari, direzioni senza approdo. Le dune colorate non sono un espediente estetico: sono lo strato artificiale che l’interfaccia digitale deposita
sul reale, un miraggio che uniforma e appiattisce le differenze. Sono interferenze in un paesaggio che dovrebbe essere puro. Come glitch nella memoria, segnano intrusioni artificiali in un luogo organico. Promesse di connessione che, al contatto, si rivelano vuote: frammenti di un mondo filtrato, alterato, dove la realtà arriva a noi sempre mediata e mai intera. Il colore “polvere” si posa come un filtro persistente: promette orientamento, ma trascina verso un terreno instabile, dove i
segnali stradali indicano senza condurre. Lo spazio resta aperto, ma l’incontro non avviene: molte istruzioni, poca relazione.
Il linguaggio è sobrio ed essenziale. Nessuna figura; segni isolati e dune colorate in scala dominante. Il ritmo è secco e iterativo: non episodi, ma una condizione.
Non c’è denuncia, c’è ascolto. Riconoscerla non è arrendersi al vuoto: è renderlo visibile per attraversarlo. Se l’iperconnessione moltiplica i canali e impoverisce l’incontro, l’arte può riaprire
uno spazio di prossimità: restituire spessore alla presenza, lentezza all’ascolto, responsabilità allo sguardo. Ogni fotografia è un granello: da sola è minima, insieme disegna una mappa emotiva comune. 404 nomina una mancanza (“non trovato”) e la trasforma in domanda: chi ci manca, quando confondiamo connessione e relazione? E come tornare, senza miraggi, a chiamarci per nome nel deserto dei segni?
Esposto presso:
Insegna, Indirizzo
