Circuito OFF 2025

Mauro Zorer

Mauro Zorer nasce a Rovereto (TN) nel 1969.
Dopo anni di studi personali nel 2007 intraprende un primo approccio nella
direzione della Fotografia Professionale con un corso avanzato presso il
Laboratorio del Linguaggio Visuale a Bassano del Grappa.
Contemporaneamente inizia ad occuparsi di formazione sulla fotografia e sul
linguaggio fotografico, attività che svolge a tutt’oggi, presso varie associazioni
di Trento.
Nel 2009 segue il primo corso di Tecnica Fotografica – Stage I – presso la John
Kaverdash Accademia di Fotografia di Milano durante il quale apprende ed
elabora una metodologia professionale riguardante l’uso degli impianti
d’illuminazione di una moderna sala di posa e di tutta la relativa accessoristica.
La crescente passione e il desiderio di utilizzare la realtà per esprimere la sua
carica di umanità e di emotività attraverso il mezzo fotografico, lo spinge a
frequentare presso la stessa Accademia il Master di Reportage con Sandro
Iovine, conseguendo il diploma nel 2011 con il lavoro SanpaBikes – il
laboratorio delle bici targate San Patrignano a Trento – . Con la stessa Comunità
nasce un progetto di collaborazione che prevede corsi di fotografia alle persone
ospiti.
Il completamento del percorso formativo riguardante la fotografia digitale,
l’edizione grafica e il ritocco fotografico – culminato nella prima rassegna
personale “Napoli” -, segna il passaggio ad un corredo 35mm digitale e
costituisce le basi per una crescente tensione verso la fotografia fine-art e del
Reportage sociale. A testimoniarlo la rassegna personale “SANPA”, realizzata a
Trento nel 2011 e il Silver Awards conseguito al FIOF Nikon Awards 2014 di
Orvieto nella categoria “Storia” con il progetto fotografico sull’Autismo.
Nell’ottobre del 2014 si iscrive al Master di Alta Formazione sull’Immagine
presso FONDAZIONE FOTOGRAFIA a Modena , interessato ad approfondire
le proprie conoscenze teoriche e pratiche nel campo della fotografia e del video
d’artista.
Nel giugno 2015 espone in mostra collettiva presso il Foro Boario di Modena in
occasione della tradizionale mostra di fine anno The Summer Show organizzata
da Fondazione Fotografia.

Nome: MAURO
Cognome: ZORER
Data di nascita: 14/05/1969
Numero di telefono: 3296730312
Indirizzo email: mauro.zorer@gmail.com

Progetto

LA MARCIA DEI BAMBINI: 22 GIUGNO 1944

Gli eventi che accadono coinvolgono persone e luoghi apparentemente in modo transitorio. In
verità per quanto il paesaggio cambi, ogni volta c’è qualcosa che permane inesorabilmente, come
se il tempo si impregnasse dell’umore del luogo producendo memoria. Essa tiene vivo ciò che –
proprio in quanto accaduto – non smetterà mai più di essere, a patto che venga ricordato. La
memoria è il nucleo di questo toccante progetto fotografico, capace di soffermare il proprio
sguardo sul presente per evocare un tempo e un’opera che meritano di essere preservati da ogni
falcidia; eppure il tempo non è solo memoria, ma è anche la modalità attraverso cui il fotografo
ne definisce un frammento.
Tutto comincia in un luogo, una grande villa che si erge solitaria tra crete e boschi senesi e
che dal 1924 diventa la residenza dei coniugi Origo. Il luogo è brullo, la campagna a tratti
inospitale e desertica viene paragonata alla vacuità d’un paesaggio lunare, in cui la monotonia
arida del terreno è interrotta da linee assimilabili a dorsi di elefante. Tuttavia, in questo ambiente
di forte privazione, la Foce diventa un microcosmo in cui si sperimenta un modello di agricoltura
razionale, e si praticano quotidianamente la solidarietà, l’accoglienza, l’esercizio dell’umanità.
Soprattutto durante la fase più acuta della seconda guerra mondiale, la dimora di Iris e Antonio
Origo diventa rifugio per tutti gli indifesi: fuggiaschi dai campi di concentramento, ebrei, giovani
richiamati alle armi che rifiutavano di servire i tedeschi, partigiani feriti, bambini sfollati a
seguito dei bombardamenti. Proprio questi ultimi, il 22 giugno del 1944, vivranno un episodio
passato alla storia come la marcia dei bambini. Un vero e proprio esodo che dalla Foce,
attraverso campi e sentieri poco esposti, giungerà a Montepulciano. Il racconto che ne fa Iris
Origo nel suo memoriale “Guerra in Val d’Orcia” è denso di pathos: gli eventi bellici incalzano,
molte strade sono impercorribili o pericolose (quindi bisognerà camminare lesti e tenersi nel
mezzo per scansare le mine), tuttavia occorre mettere in salvo i bambini. Quel giorno si parte
all’improvviso, carichi del poco che ognuno riesce a portare con sé, giusto un sacchetto di pane,
il paltoncino, un maglione. Ma in realtà ogni bambino porta con sé anche altro: ed è la bellezza,
il candore, soprattutto la capacità di rileggere la realtà attraverso la propria innocenza. Questo
permette loro di affrontare la marcia come fosse una scampagnata, un’avventura e di lamentarsi
più per aver pestato un formicaio che per il dramma incombente.
Ogni volta che si tenta il racconto di un episodio del passato si compie un’operazione di
recupero dell’inesistente. I luoghi sono ancora lì ma, il tempo li ha smussati, modificati; le linee
del paesaggio assumono nuove fisionomie e laddove c’era un sentiero potrebbe essersi
sovrapposta un’abitazione. Ci si misura in definitiva con una duplice nozione di tempo: quello
del prima e del dopo. Un Arithmos kineseos che, in termini aristotelici, pone in gioco non tanto lo
scarto tra queste due dimensioni ma la loro complementarità, se il primo è l’eziologia del
secondo e con esso origina il senso del divenire. Crea cioè il tempo.
Lo sguardo che ha attraversato e indagato i luoghi in cui Iris costruì un percorso di salvezza,
ha voluto cercare nell’oggi una cronologia anteriore che tuttavia non risulta astratta, né
appartiene in maniera generica all’immaginario del luogo. Il fotografo opera una puntuale scelta
di tempo che va a relazionarsi con una precisa memoria spaziale. Pertanto non risulta necessario
seguire pedissequamente una traccia, ma evocarla ritrovandola in uno scenario ben preciso del
presente. Allora le nuvole basse raccontano la distanza incolmabile tra la terra dolorante di
guerra e un cielo senza pericolo; gli alberi in secca di vita sono simbolo di quella guerra capace
di asciugare anche la linfa; le crepe che percorrono la pietra di un edificio diventano il
correlativo oggettivo di un dolore imposto e subito; mentre l’ombra sghemba che si staglia su un
muro si fa spia di un malessere che inchioda persino la luce.
Tuttavia in questo lavoro non esiste solo la bidimensionalità cronologica, ma anche quella
tonale, se al buio, all’ombra, si contrappone la luce. È quella che irradia Iris ritrovata nella
frondosa e protettiva maternità di un leccio; è la luminosa e fragile innocenza di un agnello che
racconta il candore, lo stupore di ogni nuova e giovane vita; è quella sovrastante i bambini che il
racconto fotografico riconosce negli alberi, ora in fila ora isolati, radicati alla terra eppure protesi
verso l’alto. Gli alberi-bambini, nella loro immersione nel paesaggio, diventano i custodi
silenziosi di una memoria che resiste, testimoni di un tempo che smette di essere lontano per
mutarsi in permanenza. La fuga, descritta dal Calamandrei come un “volo d’angeli” –
icasticamente colto nell’immagine della mano da cui si dipartono le appendici piumose del
tarassaco – è una traslazione. Nulla è, eppure tutto ancora può esistere: lo sguardo accetta questa
sfida e osserva. Va oltre la terra calpestata dai bambini, oltre la distruzione e la morte. Travalica
le colline sinuose, attraversa i sentieri del bosco e i campi fitti di grano, verso la salvezza e la
luce. L’uomo in tutto ciò è ovunque, ed è capace di salvare e distruggere, di imprimere nuove
linee nel paesaggio (cicatrici che assomigliano a quelle inferte all’immaginario dei piccoli in
marcia), ma anche di proteggere e accudire una memoria, evocandola con la forza e il coraggio
della propria umanità.

Esposto presso:

Antica locanda dell’Angelo, Via Pescheria, 21