Circuito OFF 2025
Simonetta Sperandio
Il mio nome è Simonetta.
Sono nata in Umbria nell’ombelico d’Italia, faccio fotografie, ho iniziato con una
Voigtlander del 1967 (di mio padre) e adesso scatto con una Nikon D60 che penso
equivalga a dire di andare con cavallo e carrozza. Ma mi interessa poco.
Leggo, ho scritto anche libri e articoli di storia: mi piace molto la storia soprattutto
quella di dame, cavalieri, condottieri e misteri; mi piace passare il mio tempo con i
bambini e con i ragazzi, ascoltare i vecchi: raccontano cose mai viste.
Lavoro come insegnante e vorrei lavorare anche come fotografo di case.
Mi sono laureata a Roma, La Sapienza, vivo in borgo medioevale anche se preferisco
respirare l’aria della fabbrica della vicina città dove sono nata. Ma la vita va così.
Nel 2012 e nel 2013 ho partecipato a due progetti del fotografo bolognese Giulio Di
Meo sulla fotografia sociale e documentaria: Barriera Milano (Torino) e Barrios /
Trasformazione di una città (Barcellona).
Non mi piace fare elenchi ma è una bio e devo scriverlo: il mio primo portfolio
NIENTE AVVIENE PER CASO ha vinto
Opera vincitrice Premio Sator 2022- Festival internazionale Narnimmaginaria
Opera ammessa al 55° concorso nazionale Truciolo d’Oro 2023 – Pisa (19 opere
selezionate su 131)
Opera ammessa al concorso nazionale La Genziana 2023 – Pescara (18 opere
selezionate su 73)
Opera ammessa al Trofeo città di Follonica – Concorso nazionale 2024 (19 opere
selezionate su 167)
Progetto selezionato per il Circuito OFF del Festival della Fotografia Etica di Lodi 2024
Opera ammessa al 6° Concorso fotografico Città di Cameri – Concorso nazionale
2025
Ancora non ci credo. Ma sono felice.
Vorrei esporre il mio lavoro in un bel posto per non lasciarlo in un cassetto e perché
penso sia doveroso curare e trasmettere la memoria di un mondo pressoché
scomparso nel quale sono cresciuta felice con la mia famiglia come molti compagni e compagne della mia generazione.
Grazie per avermi letto
Progetto
NIENTE AVVIENE PER CASO
Ho trascorso la mia infanzia nella periferia est della città, vicino alle Acciaierie.
Mio padre faceva l’operaio alla Terni Chimica e mia madre la casalinga dopo aver lasciato il lavoro di infermiera per occuparsi della famiglia. Non l’ho mai sentita lamentarsene né discuterne con mio padre, lo trovava giusto lei. Non si lamentò nemmeno quella volta che dovemmo andarcene dalla nostra casa: per me al contrario, è cominciata una lunga ricerca e questo lavoro è la rappresentazione del
riconoscimento della mia casa nella casa dei nonni dell’amica di scuola: in questo si compie una sorta di mimesi perfetta tra mondo ideale e mondo empirico.
Riconoscimento dicevo – vissuto come atto involontario e inaspettato – di una precisa segnaletica fatta di architetture, oggetti, materiali, atmosfere e con la quale mi ritrovo a stabilire un “patto di significazione” i cui attori principali sono il tempo perduto che si fa tempo ritrovato.
E ritrovo i segni di un modello di vita ben connotato, degli anni ’60-’70, in cui le leggi di KRONOS rispondevano a quelle della catena di montaggio – macchina del polimero o altoforno – e che imponevano la ripartizione del tempo in turni di lavoro ripetitivi, monotoni, scanditi, infiniti senza distinzione tra giorni feriali o festivi.
Ricordo che accadeva che mio padre con la sua Vespa partiva per andare a lavorare, di domenica: non si poteva pranzare insieme né fare la gita fuori porta, si restava in casa.
C’era tuttavia un senso di gratitudine per tutto quello che si aveva e si poteva avere, avendo ben chiaro di abitare dentro un KAIROS benigno – genitore di sogni realizzati – suggeriti anche dalla réclame: gli
elettrodomestici, la vespa, la casa; ancora, genitore di tradizioni e di regole non scritte: la tovaglia candida e ben stirata, il servizio buono servito nella sala, separata dalla quotidianità della cucina, sempre ordinata e pronta ad accogliere l’ospite che costituiva la perenne aspettativa delle nostre madri di noi ragazzi degli anni ’60 e ’70 e che si riassumeva
nel “non si sa mai”; ed ancora un KAIROS benigno, che si esercitava nella pratica costante della devozione quando, indossato il vestito buono, in un giorno preciso della settimana, in una litania costante, le leggi dell’uomo lasciavano il passo alle
leggi di Dio nella convinzione che, alla fine, niente avviene per caso.
Esposto presso:
Hotel San Luca Palace, Via San Paolino, 103
